Corso di Spagnolo e Italiano

lunedi, martedi e mercoledi

mattina, pomeriggio e sera

CENTRO CULTURALE CASA BELLA

Orario ristorazione

lunedi chiuso

da martedi a venerdi

dalle 17:30 alle 22:00

sabato e domenica

dalle 11:30 alle 22:00

Domenica dalle 12:00 musica dal vivo

Lo scrittore

 di Fabrizio Trainito, tratto da Racconti Romantici:

 E-MAIL:   fabrizio.trainito@gmail.com

per altri racconti visitare : http://gazzaladra.weebly.com

per altre opere e disegni dell´autore: http://modiart.weebly.com

 

Scrivere, qualche riga, poi un paio di paragrafi, poi sempre più, magari una pagina o due.

 Cosa ci vuole? E' semplice, basta iniziare, una frase per volta. Magari un paio di parole che legano, un aggettivo assonante, un avverbio all'inizio o alla fine, che fa la sua porca figura, il verbo al passato, due o tre segni di interpunzione e la minestra è servita.

 E invece no. Il foglio immacolato attende un solco blu mai scavato. Nessuna traccia vergata su carta, nessuna emozione fissata, solo un grande, immenso vuoto.

 Vuoto la mattina, vuoto il pomeriggio, vuoto la sera e ancora assolutamente vuoto la notte, come quando la luna si nasconde e le stelle scompaiono nella nebbia.

 A niente servono le mille pagine scritte fino ad allora, i romanzi sbocconcellati, lasciati appesi qua e la lungo la trama e mai terminati. Non sono di aiuto le molte storie senza capo né coda, le numerose favole senza morale, i tanti racconti senza un filo conduttore. Né vengono in soccorso i brani lasciati in sospeso con quegli squallidi tre puntini che sembrano voler mostrare molto di più di quello che realmente si pensa o si vuol dire. Proprio così: non riesco ad iniziare.

 Sono sicuro che se potessi sviluppare il primo paragrafo, poi subito se ne aggiungerebbe un secondo e poi seguirebbe a ruota un terzo. Sarebbe come un torrente traboccante, che rotola a valle tra rapide impetuose e mille balzi, per poi diventare un fiume in piena che tutto travolge e sospinge con forza verso il mare della narrazione. E invece sono fermo ancora a capolinea e il mio tram ancora non si vede.

 Si è forse esaurita la mia voce di narratore, sono quindi finite le idee e gli spunti, che hanno accompagnato il mio scrivere fecondo? Ogni volta sento che potrebbe essere ormai giunta l'ultima riga, poi, quando meno te l'aspetti, ti piomba in testa un pensiero, che cresce rapidamente e senza sosta si trasforma. Da poche righe sconnesse si apre a ventaglio in mille rivoli, che difficilmente posso più contenere né seguire.

 E' allora che il racconto prende il sopravvento e come scrittore altro non faccio. Seguo la corrente docile, viro leggermente, ma il più delle volte mi lasciò trascinare a valle. A quel punto più non posso arrestare la cascata. E ovunque mi trovi, mi fermo, raccolgo una matita e un pezzo di carta e vi rovescio sopra una storia intera e forse anche più. Solo alla fine, dopo aver apposto il punto finale, mi calmo e rallento il battito che forte mi ha spronato al lavoro. Ammiro il lavoro, che raramente rileggo, ma, soddisfatto e sereno, la pausa allora mi concedo. Dimentico storia e testo e quando ad altri per caso rileggo, quasi nulla riconosco. Molto modifico, alquanto correggo, talvolta integro o stralcio. Difficile è ripercorrere con altro cuore e intelletto, dove la passione mi condusse selvaggia. Ogni volta rileggo con affanno quanto nella cavalcata ho trascritto.

 Ciò mi accadde spesso e adesso ansioso attendo. Paziente prima, poi, col passar del tempo, sempre più cupo. La pagina bianca al sole mi abbaia mentre il primo rivolo di corrente ancor la superficie non increspa.

 Ah, quanto il navigar disperato mi manca. Tanto vorrei esser trascinato a valle, ma nulla in tal deserto di sabbia si muove.

 Un altro caffè o forse un te. O ancora una birra. Acqua, solo acqua! Come quando nella battaglia navale lo scontro ancor non avvampa. Nulla di fatto. Calma piatta e pensiero spento, da questo torpore nulla mi desta.

 La poltrona solitaria, il comodo divano, il duro tavolo o addirittura l'ampio letto ogni idea respingono e a nulla vale andar avanti e indietro per il triste corridoio. Cos'altro fare?

 Le continuo a provare tutte pur di sbloccarmi ma proprio non ce la faccio.

 Solo fumo e nebbia nella mia mente. Sembra, di tanto in tanto, materializzarsi qualcosa sullo sfondo dei miei pensieri, ma, ogni volta che cerco di afferrarlo, quel qualcosa scompare lasciando dietro di sé solo cenere e buio.

 Alla fine mi arrendo. Anche oggi sarà un fallimento. Arriverò anche oggi a fine giornata con un pugno di mosche. E chissà per quanto ancora...

 Decido di uscire un po'. Almeno l'aria fresca mi farà bene. Sul pianerottolo mi ritrovo di fronte la vicina. Mi saluta cortesemente con un modo alquanto strano. Mi vede sorpreso e mi spiega di essere straniera, in Italia solo per un periodo di lavoro. Mi chiedo come mai io non l'abbia notata prima. È danese e lavora ad una ricerca universitaria. La invito fuori per un aperitivo, accetta!

 Attraversiamo il parco diretti al chiosco quando un pallone ci sfiora. Un giovane spunta fuori da dietro il cespuglio preoccupato. Un vecchio inveisce a voce alta nel suo dialetto ostico, mentre una bici attraversa il viale ad alta velocità. Restituisco il pallone e un non so cosa si delinea nella mia mente, un legame tra i personaggi di questa scena, un collegamento dal quale emerge una storia. Era già lì da tempo, aspettava solo di essere scoperta.

 Si chiama Lona, lei. Mi sorride e la guardo negli occhi. Forse ha capito che adesso io so. So tutto quello che c'è dietro, che è già successo. Ed è solo la premessa. So perché oggi era la sul pianerottolo ad attendermi. So come è andata e anche il perché. So anche cosa farà al chiosco e cosa succederà dopo, quando quel giovane ricomparirà insieme al vecchio. E anche il mio ruolo in tutta la vicenda diventa sempre più chiaro.

 Ordiniamo un aperitivo e incomincio a prendere appunti su un tovagliolo di carta. Poi un altro e un altro ancora. In breve ho imbrattato tutta la riserva di tovaglioli del tavolo. Lei mi guarda, ma non mi posso fermare. Ormai la storia fluisce liscia e impetuosa, le rapide mi trascinano giù a capofitto verso la cascata. Non riesco a fermarmi e continuo a scrivere anche quando ci portano il drink. Lei è divertita e sorride. Afferra un foglietto e legge. Capisce che sto parlando di lei ... e di me ... e del ragazzo con il pallone. Non ride più, adesso è seria e sfoglia i miei appunti, mentre io continuo a scrivere senza tregua. Man mano la storia si delinea verso l'inevitabile conclusione. Quando finalmente appongo l'ultimo punto, quello finale, lei afferra avidamente l'ultimo foglietto e legge con passione. Quando giunge alla conclusione, mi fissa disperata. Quasi non mi accorgo dello schiaffo che mi coglie in pieno volto e quasi mi fa volare dalla sedia. Imbambolato la osservo, incapace di muovere un muscolo. Lei ha le lacrime agli occhi, sta quasi per alzarsi e scappare via. Vorrei spiegarle che è solo una storia, che è una cosa bizzarra, ma che è così che funziona la mia mente, che mi dispiace...

 Mentre cerco di articolare un qualche sbuffo di voce, mi afferra e mi bacia.

 

Sale e pepe

 di Fabrizio Trainito, tratto da "Storie magiche e bizzarre",

 

 

Capelli sale e pepe, passo deciso ma morbido, occhi profondi che si soffermano e non scivolano via sulle cose, come sgusciando lontano per non impegnarsi. 

Forse è per i capelli un po' grigi un po' neri che sembra potercisi fidare. Forse perché le tonalità intermedie lasciano avvicinarsi meglio, perché non ti mentono, ammettono il dubbio, anche estetico, e non ti gridano in faccia un colore solo, una certezza solida, un'unica verità.  

Così gli parlai.  Risposi a quegli occhi guizzanti che mi9 scavavano dentro e gli dissi tutto, come un fiume in piena che rompe gli argini e travolge tutto e tutti. 

Ne avevo bisogno. Tanto. E forse lui lo aveva capito fin dall'inizio. Si era seduto nel posto vicino al mio sul treno e non si era più spostato, nemmeno quando il treno si era svuotato verso il capolinea. Io e lui, vicini e i suoi occhi che mi invitavano a lasciarmi andare.

Alla fine non ce l'ho fatta più e, alla penultima stazione, tutto è venuto giù all'improvviso. Parlai e piansi. Gli raccontai tutto dall'inizio. Dissi di come lo conobbi, come mi innamorai di lui, come gli affidai la mia vita intera e gli donai il mio cuore. Tutto era fantastico insieme e lui era affascinante con quei suoi capelli neri. Perfetti capelli a caschetto, che lui si carezzava spesso con la mano, morbidi e lucenti capelli che  scendevano ad incorniciargli il volto. Non so se fosse davvero bello, probabilmente si, ma quei capelli quasi lo avvolgevano in un alone di mistero e luce. Quasi non si notavano quelle piccole smagliature intorno agli occhi e quelle orecchie piccole e stupide. Né la bocca, troppo sgraziata e fredda, né il naso largo e schiacciato. I nerissimi capelli catturavano l'attenzione e non lasciavano scampo.

Un giorno al bancomat la tessera mi fu ritirata, il nostro conto era vuoto, anzi migliaia sotto zero. Freddo glaciale. In casa non trovai più i gioielli, nemmeno la TV, gli elettrodomestici e nemmeno quel tavolinetto antico che tanto gli piaceva e che gli regalai al nostro anniversario. Non c'erano più foto di noi insieme, ovvero le foto erano al loro posto ma erano tutte tagliate a metà e quella che mi guardava sorridente e felice era solo la mia immagine. Il volto di una stupida che ci aveva creduto e si era fatta fregare per benino.

Il suo telefono risultò non più attivo, la mail irraggiungibile. Ero sola, senza un soldo e neanche una famiglia dove tornare: per lui avevo litigato con tutti ed ero andata via sbattendomi la porta alle spalle. Non che non mi avrebbero accettato, ma ero io a non voler tornare, sconfitta e distrutta. Mi rimaneva forse un briciolo di dignità o forse di orgoglio: non volevo dar loro ragione, dopo che me l'avevano detto mille volte ... e io invece c'ero cascata con tutt'e due i piedi, come una stupida.

Singhiozzavo nella carrozza semivuota, tenendomi la faccia nascosta tra le mani e lui annuiva serio. Era per me come un padre affettuoso, un fratello confidente o un amico di lunga data, o tutte e tre le cose insieme. E intanto tutto veniva giù come una frana a valle, la montagna della mia disperazione si sgretolava mentre raccontavo e poco per volta mi sentivo meglio. Avvertivo che mi ero tolta un peso, che ero finalmente libera e leggera.

Quando tutto quel fiume di parole smise di sgorgare perché tutto era ormai stato detto e altro non c'era da raccontare di quella brutta storia, sentii di aver ritrovato di nuovo il controllo di me. Stavo di nuovo bene, finalmente. Mi asciugai le lacrime e riaprii gli occhi. Lui non c'era più, il vagone era vuoto. Al suo posto una rosa rossa irta di mille spine e un biglietto di carta. Lo aprii e dentro c'erano due parole "Ama e Vivi".

Uscii dalla stazione e andai a bussare a quell'antica porta. Mi aprirono occhi amici e braccia buone mi strinsero forte. Ero a casa mia.

Il giacchetto 

 di Fabrizio Trainito, tratto da "Favole della buona notte", YouCanPrint Editore 

 

"Dove hai lasciato il giacchetto?"

"Mmm..."

"Non è possibile! Ogni giorno dimentichi qualcosa. La testa ce l'hai?! O hai dimenticato anche quella?"

"..."

 "La maestra dice che non fai più attenzione alle lezioni come prima."

"..."

"Sei distratto. Prima era per quella bambina straniera... la cinese, la figlia del portiere. Quella bambina straniera ti stava distraendo... "

"Non è vero!"

"Poi, per fortuna, la maestra ti ha cambiato di posto. Però mi hanno detto che non giochi più a figurine a ricreazione. E neanche a palla quando andate in giardino. Stai sempre con quella... come si chiama? Viglia, Viggia...

"Si chiama Wija!"

" Ecco! Vedi, vedi. E' a lei che pensi. Non è vero?!"

"Wija è solo un'amica."

 Luca ci riflette un po', appena la mamma torna ad impegnarsi nelle faccende.

Era successo tutto così in fretta. Si erano trovati insieme alla rastrelliera. Il suo giacchetto  era vicino alla felpa di Wija. Lei l'aveva presa, ma era rimasta un po' a pensarci e, visto che lui la osservava, l'aveva riposta sull'appendiabiti e poi, con un sorriso splendente..., aveva unito le due maniche ed era corsa in fila.

Lui era rimasto a guardare i due indumenti tenersi per mano e poi non aveva avuto il coraggio di separarli. E così l'aveva lasciato là, in compagnia. Proprio come se stessero passeggiando insieme, proprio come lui avrebbe forse voluto fare con Wija.

 * * *

 Piero, il bidello, passa lo straccio e vede i due indumenti abbandonati dagli studenti. Dapprima borbotta qualcosa sugli studenti di oggi che non badano alle proprie cose, che non danno il giusto valore agli sforzi dei genitori per farli vivere agiati...

Poi nota qualcosa di strano: le giacche sono vicine e una manica è arrotolata dentro l'altra.

Chissà perché. Ci pensa un po'. In fondo quei due abiti gli tengono compagnia. Potrebbero essere i due figli che avrebbe voluto avere, tanto tempo prima... quando poteva. Ma allora ebbe paura, paura di prendere responsabilità, timore di non farcela.

Non aveva un lavoro sicuro, faceva il garzone in un bar, e lei era di famiglia benestante: possedeva il negozio di fronte. Gli era capitato un mucchio di volte di guardarla oltre la vetrina del suo splendido negozio di scarpe, mentre gentilmente serviva un cliente, oppure riponeva le confezioni.

Spesso il loro sguardo si era incontrato, erano rimasti a fissarsi come calamitati da un non so cosa, poi lei arrossiva e si allontanava, lasciandolo solo con i suoi pensieri. Però, dopo qualche minuto, tornava a cercarlo e sembrava conoscesse tutti i suoi proponimenti e le sue paure.

Non aveva avuto la forza di attraversare quella strada e di guidare il proprio destino fino al negozio. Per lui sembrava una fortezza inespugnabile che lo intimidiva con le sue luci sfarzose e quelle scarpe così costose, per i più ricchi, non per quelli come lui.

Un giorno aveva visto il negozio addobbato a festa: era il suo matrimonio.

  * *

 Si ridesta dai ricordi e si ritrova a fissare i giacchetti uniti teneramente.

Allora lascia lo straccio e scende in giardino, cerca nell'aiola un fiore adatto, trova una margherita, pura e semplice come il cuore dei bambini. La coglie e torna in classe.

La sistema proprio dove i giacchetti si toccano...

Forse qualcuno non esiterà troppo come lui ...

 

All'origine della storia il rimprovero della mamma a Luca, mio figlio, che aveva dimenticato il giacchetto a scuola. Lui si discolpava dicendo di non essere l'unico a dimenticarlo, anche Carlotta l'aveva lasciato ...

 

 

BREVI RACCONTI

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luis quintero  IL 14 FEBBRAIO 2019